Energia stagnante? Come riconoscerla e rimetterla in moto
- Leda Cazzarò

- 21 lug 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 25 set 2025

Ci sono giorni, o interi periodi, in cui qualcosa dentro di noi sembra rallentare, appesantirsi, restare fermo. Non è una tristezza vera, di quelle che tolgono il respiro, ma nemmeno quella serenità piena che ci fa sentire integri. È uno stato sospeso, silenzioso, in cui ogni gesto costa uno sforzo, ogni pensiero pesa più del dovuto, e l’entusiasmo che ci spingeva avanti sembra essersi assopito sotto uno strato denso e invisibile. Come se la vita non avesse smesso di accadere, ma noi avessimo smesso di abitarla davvero.
Talvolta ci svegliamo già così, presenti solo in apparenza, mentre l’anima resta ancora nascosta tra le lenzuola. Altre volte, invece, questa sensazione ci raggiunge lentamente, come una nebbia che s’insinua e copre tutto, rendendo fioca la luce delle cose che un tempo ci accendevano. Si manifesta in forme sottili ma insistenti: un’apatia senza nome, una stanchezza che non trova spiegazione, la difficoltà nel decidere anche le cose più semplici, il senso di non essere pienamente nel proprio corpo. Le emozioni restano sospese, i pensieri girano in cerchio, il desiderio di cambiamento convive con una misteriosa resistenza che ci tiene fermi, come se un peso invisibile ci trattenesse alla soglia di un varco che non riusciamo a varcare.
Non è una malattia, non è un errore. È un linguaggio, un messaggio sottile che il nostro sistema interiore – corpo, mente e spirito – utilizza per dirci che qualcosa dentro di noi ha smesso di fluire. Non perché abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, ma perché forse abbiamo ignorato troppo a lungo un bisogno profondo. E così l’energia si ritira. Non per punirci, ma per invitarci a fermarci. A non proseguire su un sentiero che non risuona più, a smettere di correre dove non c'è più verità. E allora, invece di forzare la marcia, invece di stringere i denti e insistere, forse la cosa più rivoluzionaria che possiamo fare è sederci. Respirare. Ascoltare.
Basta davvero poco. Non servono imprese eroiche. A volte un respiro fatto con consapevolezza è già una porta che si apre. Inspirare lentamente, lasciare che l’aria scenda fino al ventre, trattenere per qualche istante, poi espirare piano, profondamente. Ripetere. Solo questo. E già qualcosa si muove. Come una foglia che trema prima che il vento riprenda a soffiare. Come il battito lieve del cuore quando inizia a ricordarsi che può sentire.
Quando l’energia si blocca, è spesso perché qualcosa dentro di noi è diventato troppo pieno. Abbiamo accumulato pensieri, emozioni, ruoli, attese. Troppa voce degli altri, poca fedeltà a noi stessi. E allora diventa urgente fare spazio. Non necessariamente dentro, che è il luogo più difficile da riordinare, ma fuori. Un gesto simbolico può bastare: svuotare un cassetto, spegnere un telefono, accendere una candela non per bellezza ma per ricordarci che una fiamma è sempre possibile. Scrivere ciò che si sente, anche se è solo confusione o silenzio. Camminare senza meta, ma con un’intenzione chiara: lasciare che il passo risvegli ciò che è rimasto immobile. Sedersi al sole, o sotto un albero, e lasciare che la natura faccia il suo lavoro sottile, mostrando senza parole come si lascia andare ciò che non serve più.
E se nel mezzo di questa quiete nasce la voglia di ascoltarsi più profondamente, ci sono strumenti antichi e semplici che possono diventare veri alleati. Il pendolo, ad esempio, non serve solo a cercare risposte, ma a riconoscere dove qualcosa dentro di noi ha smesso di scorrere. Oscilla, vibra, si ferma, ci parla attraverso micro-movimenti che rivelano le nostre zone d’ombra, i blocchi nei chakra, i luoghi in cui l’energia chiede di essere guardata. E poi ci sono i Tarocchi, quegli specchi silenziosi che non giudicano, ma mostrano. Ogni carta, con il suo simbolo, il suo archetipo, la sua immagine, è un invito. Un modo per mettere a fuoco, per dare un volto a ciò che sentiamo senza riuscire a dirlo. Non offrono certezze, ma indicano direzioni. Non danno comandi, ma suggeriscono possibilità. Ti chiedono: cosa dentro di te si è fermato? Dove hai smesso di ascoltare? Cosa stai ancora trattenendo, pur sapendo che non ti appartiene più?
E poi accade qualcosa. Non subito, non sempre visibilmente, ma accade. Quando inizi a guardare davvero, a lasciar andare senza sapere cosa verrà dopo, l’energia comincia lentamente a muoversi. Non perché l’hai costretta, ma perché l’hai liberata. Perché hai smesso di combattere e hai iniziato a sentire.
L’energia ama l’autenticità. Ama quando smettiamo di mentire a noi stessi, quando lasciamo cadere le maschere, quando smettiamo di dire “sì” per paura e iniziamo a dire “no” per amore. Ama quando riconosciamo le nostre fragilità come parte del cammino e non come ostacoli. Ama quando ci ricordiamo chi siamo, davvero, anche solo per un attimo.
E se tutto questo sembra troppo, se da soli è difficile iniziare, va bene. A volte abbiamo bisogno di una guida. Non qualcuno che ci salvi, ma qualcuno che cammini accanto a noi mentre impariamo a salvarci da soli. Una lettura, un dialogo autentico, uno spazio sicuro in cui le parole possono uscire senza paura e le emozioni possono esistere senza dover essere spiegate. Un luogo in cui possiamo finalmente respirare.
Se senti che qualcosa in te si è fermato, se le tue energie non rispondono più ai tuoi desideri, non forzare. Non insistere. Fermati. E ascolta. Perché forse non si tratta di andare avanti. Ma di tornare a te.
Con presenza, ascolto e amore, Adel
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