Le promesse che facciamo a noi stessi
- Leda Cazzarò

- 4 ott 2025
- Tempo di lettura: 2 min

Ci sono promesse che non pronunciamo ad alta voce. Le facciamo in silenzio, nei momenti in cui sentiamo che qualcosa dentro di noi si è incrinato. “Da domani mi ascolterò di più.” “Non tornerò dove mi fanno male.” “Non mi dimenticherò ancora di me.” Sono piccoli giuramenti che nascono nel cuore, spesso dopo una delusione, un abbandono, un momento in cui ci siamo sentiti troppo soli o troppo stanchi. Promesse che dovrebbero diventare rifugi, e invece spesso restano solo parole sospese.
Le tradiamo senza accorgercene, un po’ per abitudine, un po’ per paura. Torniamo a sorridere quando non ne abbiamo voglia, a dire sì quando vorremmo dire no, a spiegare ciò che non andrebbe spiegato. Ci convinciamo che sia più semplice così, che un piccolo sacrificio non farà male. Ma ogni volta che lo facciamo, perdiamo un frammento di noi — sottile, quasi impercettibile — finché un giorno ci accorgiamo che la voce interiore che ci chiedeva rispetto è diventata un sussurro lontano.
Eppure non serve giudicarsi. Tradire se stessi non è debolezza: è la conseguenza di anni passati a mettere gli altri prima di noi. Ma arriva un momento, per fortuna, in cui la stanchezza diventa consapevolezza. È allora che si ricomincia da capo. Una promessa alla volta. “Mi tratterò con gentilezza.” “Non lascerò che la paura scelga per me.” “Imparerò a dire basta.”
A volte mantenere una promessa a se stessi non significa compiere grandi gesti, ma solo restare fedeli nei piccoli. Spegnere il telefono quando si è esausti. Non rispondere a chi ferisce. Prepararsi un tè caldo invece di forzarsi a uscire. È così che si costruisce una nuova fiducia interiore: un passo, un respiro, una scelta.
Ho imparato che le promesse più difficili non sono quelle fatte agli altri, ma quelle fatte al proprio cuore. Perché richiedono presenza, costanza, perdono. Ma quando cominciamo davvero a mantenerle, qualcosa cambia. La vita diventa più limpida, più nostra. E quella voce interiore, che per anni avevamo ignorato, torna a farsi sentire. Non urla. Non chiede. Semplicemente dice: “Grazie, finalmente mi hai creduto.”
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Con presenza, ascolto e amore, Adel
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