Le regole invisibili
- Leda Cazzarò

- 22 set 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Viviamo in un mondo costruito su regole invisibili: c’è un modo giusto di pensare, un modo giusto di parlare, un modo giusto di imparare, un modo giusto di comportarsi. Ma queste regole non raccontano tutta la verità, perché esistono menti che non si allineano a questo schema, menti che seguono traiettorie diverse. Sono le mentalità neurodivergenti: autismo, ADHD, dislessia, ipersensibilità, e tante altre sfumature che non sono difetti, ma varianti naturali del modo in cui l’essere umano percepisce e interpreta il mondo.
Essere neurodivergente significa vivere con un filtro differente: ciò che agli altri appare banale può diventare fonte di grande fatica, e ciò che per molti è invisibile può trasformarsi in un dettaglio prezioso che illumina. Una persona con ADHD può lottare ogni giorno contro la distrazione, ma avere una creatività inesauribile e una capacità di collegare idee in modo unico. Una persona nello spettro autistico può faticare con i codici sociali, ma possedere un’intuizione straordinaria per i dettagli, una memoria impressionante, una sensibilità che va oltre le apparenze.
La società tende a vedere la neurodivergenza come un limite da correggere, ma la verità è che la diversità cognitiva è una ricchezza. Non è facile, perché spesso queste persone crescono con la sensazione di essere sbagliate, costrette ad adattarsi a una norma che non le contempla. Portano cicatrici invisibili di continui sforzi per sembrare “normali”, quando invece avrebbero bisogno di un contesto che valorizzi le loro modalità uniche di esistere.
Accogliere la neurodivergenza significa cambiare prospettiva: smettere di chiedere sempre “perché non riesci a fare come gli altri?” e iniziare a chiedere “cosa ti serve per esprimerti al meglio?”. Significa trasformare la scuola, il lavoro, le relazioni in spazi che riconoscono che non c’è un solo modo di essere intelligenti, sensibili, presenti.
Nella scuola, ad esempio, un bambino dislessico non ha bisogno di essere etichettato come pigro, ma di strumenti che lo aiutino a leggere con meno fatica e a scoprire che l’intelligenza non si misura dalla velocità di lettura. Sul lavoro, una persona con ADHD non deve essere soffocata da procedure rigide, ma può dare il meglio in compiti creativi e dinamici, dove la sua energia diventa risorsa invece che limite. Nelle relazioni, chi è altamente sensibile non va sminuito con frasi come “sei troppo emotivo”, ma va accolto per la profondità con cui percepisce il mondo, che spesso permette di vedere sfumature invisibili agli altri.
Ci sono storie che rendono questo ancora più concreto. Marta, 27 anni, con diagnosi di autismo, racconta: “Per anni mi sono sentita sbagliata perché non riuscivo a sostenere le chiacchiere superficiali. Poi ho trovato un gruppo di lavoro dove la mia capacità di analizzare i dettagli era un punto di forza. Non era la mia mente il problema, era il contesto sbagliato.” Oppure Andrea, 34 anni, con ADHD, che dice: “Ho sempre cambiato lavori perché non riuscivo a stare fermo in un ufficio. Poi ho iniziato a fare il fotografo di eventi e all’improvviso tutto ha avuto senso: il mio bisogno di movimento e la mia velocità mentale sono diventati il cuore del mio lavoro.”
Essere neurodivergenti non è una condanna, ma una lente diversa attraverso cui guardare il mondo. È un invito per tutti noi a comprendere che la normalità non è un dogma, ma una convenzione. La vera evoluzione collettiva comincia quando smettiamo di voler rendere tutti uguali e iniziamo a costruire una realtà dove le differenze diventano complementarità.
Forse il dono più grande delle mentalità neurodivergenti è ricordarci che non esiste un’unica forma di mente, ma un mosaico di modi di sentire, percepire e creare. Ed è proprio lì, in quella varietà, che si nasconde la bellezza più autentica dell’essere umano.
Con presenza, ascolto e amore, Adel
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